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VIA AL PROCESSO AGLI ”AMANTI DIABOLICI”
CECINA. Sarà combattuto. Forse anche lungo. Il processo per l'omicidio di Danilo Marzi, il pensionato ucciso a colpi di pistola due anni fa e trovato morto tra gli orti del Tripesce, potrebbe fare scintille sin dalla prima udienza in programma domani a Livorno in Corte d'assise. La semplice udienza di smistamento potrebbe accendersi sull'ammissione delle liste dei testimoni.
Una cosa è certa: gli imputati non hanno mai chiesto riti alternativi e i loro avvocati ribadiscono che non lo faranno neanche domani. Niente patteggiamento, insomma.
L'accusa, sostenuta fin qui dal sostituto Giuseppe Rizzo, intende dimostrare che il delitto è da attribuire al disegno criminoso della vedova e del presunto amante, l'esecutore materiale. A sostegno di questa tesi, il pubblico ministero produrrà in giudizio l'arma del delitto, una serie di consulenze, testimonianze e intercettazioni. E il movente: l'eredità, messa a repentaglio dalla decisione della vittima di divorziare.
Dal movente però partiranno anche le difese, per smontare quello che hanno già definito «un processo indiziario, senza prove e senza un movente». Lo sottolineano ancora una volta gli avvocati Enrico Marinai e Gianni Trabuchelli, che difendono la vedova Marzi. Ovvero quella Luz Maria Godoy del Toro, 41 anni, che viene indicata come la mandante o istigatrice del delitto commesso dal connazionale Yosmeri Armas Castilla (31, difeso dall'avvocato Filippo Fatticcioni).
Gli avvocati in questi giorni sono tornati sulla scena del crimine. E hanno provato a ricostruire la vicenda «valendoci esclusivamente degli elementi in mano al pm - dice Marinai - Anche in base a quelli, la ricostruzione non torna. Ad esempio, la tempistica: Armas avrebbe dovuto guidare una Ferrari per uccidere la vittima al Tripesce, tornare a Montescudaio e telefonare a Luz Maria rispettando gli orari indicati dall'accusa. Ma di incongruenze ce ne sono altre, in questa indagine. Intanto dai tabulati non risultano altre telefonate tra Armas e Godoy fatte prima di quella sera. Decisamente strano tra due persone che vengono definite amanti. Il fatto è che amanti non lo sono mai stati, Godoy e Armas. Lo hanno ribadito tutti e due fino alla nausea. C'è poi il comportamento della donna successivo all'omicidio. La Godoy non ha mai chiesto l'eredità, la pensione di reversibilità, non ha mai chiesto un soldo. Ha continuato a lavorare in una pizzeria per mantenere se stessa e le figlie. E non si è mai allontanata da casa per mesi e mesi». Tra i motivi della custodia cautelare, al tempo del suo arresto, la polizia indicò anche l'intenzione di acquistare un biglietto di sola andata per Cuba. Biglietto, però, mai comprato dalla donna.
Qualcosa non torna anche per Armas Castilla, a cominciare dalla presunta fuga alle Canarie preannunciata però al suo ex datore di lavoro. Una fuga insolita per uno accusato di aver ucciso a sangue freddo, di aver poi pulito ben bene la pistola e di averla rimessa al suo posto, a casa del cognato.
E poi c'è l'esecuzione. Secondo le accuse, l'omicidio è avvenuto direttamente al Tripesce, dove la vittima fu accompagnata con la forza o con l'inganno. Ma non sappiamo a bordo di quale auto.
L'avvocato Marinai dubita anche che Marzi sia stato ucciso lì: «Ci sono due testimoni che abitano a duecento metri dal luogo del ritrovamento del cadavere. Gente che ha i cani, i quali abbaiano al minimo rumore e che invece quella sera se ne stettero buoni. Ma non è finita: un testimone riferì di aver visto, il 3 aprile alle 20, Marzi in compagnia di altre due persone a bordo di un'auto di grossa cilindrata. Quelle due persone, disse il testimone, erano due uomini e avevano la carnagione molto chiara. Non scura, come gli imputati. Chi erano? E perché il testimone non è stato citato in giudizio dal pm?».
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